L’ossessione italiana per l’affluenza

In vista delle primarie del 30 aprile, i piccoli spazi di visibilità che concede un personaggio come Renzi ai suoi competitor sono tutti concentrati su un tema: quanta gente andrà a votare ai gazebo messi su dal Partito. Considerando quanto sta avvenendo nel mondo e in Europa, già così la questione farebbe ridere, ma l’insistenza con cui i sostenitori di Orlando ed Emiliano battono sulla questione rende definitivamente degna di nota una delle tante malattie della politica italiana: l’ossessione per l’affluenza. Non c’è elezione, interna o pubblica, in cui non ci si soffermi a discutere animatamente sulla percentuale di votanti. Uno di quei dibattiti lunari da ottica cattocomunista, insomma: da una parte, la mentalità cattolica italiana è da sempre concentrata (a differenza dell’etica protestante) più sulla presenza alla messa domenicale che sulle opere e la condotta da “buon cristiano”, dall’altra si vede ancora il partito come organizzatore di eventi di “mobilitazione” più che di “partecipazione”. Se un cittadino, insomma, rinuncia al suo “dovere civico” di votare, la cosa è vissuta come un dramma, un argomento di facili quanto preoccupate sociologie. Se i dati dei votanti alle primarie non daranno due milioni di partecipanti, tanto per fare un esempio, sono già prevedibili le vesti stracciate e le conclusioni che la competizione è stata un flop, e il vincitore non ne è uscito legittimato. Perché le primarie, per i cattocomunisti italici che ne scimmiottano le procedure prese in prestito dagli States inserendovi uno spirito bacato di idealismo, sono una messa a cui le anime non possono permettersi di mancare, e sono pure una tappa della mobilitazione permanente a cui il partito erede del PCI deve dare vita.

A nessuno viene in mente, però, che il cittadino possa essere libero di scegliere se partecipare o meno, se dimostrare la propria vicinanza ad un progetto politico indirettamente, senza necessariamente fare la fila ai gazebo. A nessuno viene in mente che il dramma è più nelle capocce di chi commenta che di nelle coscienze di chi resta a casa. A nessuno viene in mente che votare non è un dovere.

D’altronde, siamo pur sempre il Paese che discute sulle scie chimiche, sulle matite copiative che si cancellano, sui vaccini, sui voucher, sulle aperture domenicali dei centri commerciali. Alle polemiche basate sul nulla siamo dopotutto abituati.